Principali Marchi Italiani
ALCEDO OFMER
CARGEM RENOX
COPTES SIMPLEX
EVEROL SPEM
NETTUNO ZANGI
NIAGARA Accessori Pesca
A.P.M. - AGAL  
   Ulteriori Marchi Italiani
Agrev Impero Ragno
Albatros Iseo Rapid
Albatros - stainless Ittiopiglio

Reve

Artes Lancia Samil
Artes - Nettuno Lario Sarfix
Artes - Medusa LC SM
Artiglio Levis SR
Barbara L'Ovil Extra Spinner
Brevettato Molla Lucky Fisher Spinning
Canadian Major Asso Squalius
Carcor Junior Major Asso manci. Squalius Extra
Carcor Glaudius Major A. Luxe Squalius Super
Ceresio Major A. .. uno straordinario... Ticinella
Columbia Mazza Trio
Cormoran Mecc. Manessi Tritone
CS3 Minerva Tubertini Tuga
Delfino I° Mod. 2000 Brev. Turbine Effe 1
Delio MV Universal MG
DRP Linx Nautilus Karma
DRP M Neoinvitto MG Karma I ver.
DRP R Novo Brevett. Valsesia
Gabbiano FBA Oma Verbano
Gimar Peugeott Victor Brevett.
Gioiello Piave Vortex
Glauco Po King Striper
Helios Poseidon Zama
Heron Principe Zax
Il Lesto Raffio Zeus
  R3  
I Marchi  Italiani

La storia dei mulinelli in Italia comincia nella seconda metà degli anni Trenta, con modelli a carattere artigianale, a tiratura limitata, prodotti da aziende di piccole dimensioni del Nord, soprattutto nella zona intorno a Milano e Torino.
Del 1929 è un modello a bobina rotante diffuso dalla ditta Zucchetti di Torino, mentre in precedenza, per l’avvolgimento del filo, venivano impiegati strumenti in legno spesso rudimentali come gli aspi, le trotiere (o molagne), e il cosiddetto “quadrato”.
I primi mulinelli a bobina fissa, sulla scorta dei modelli nati trent’anni prima in Inghilterra, tendono a imitare ciò che in Italia arrivava da Germania, Svizzera, Francia e anche Cecoslovacchia.
Uno dei modelli esteri più copiati era all’epoca lo svizzero Berna: sul suo modello furono creati L’Ovil (costruito a Luino), l’R3, il Glauco, lo Squalius, il Simplex e il più famoso Cigno, del quale si distinguono una prima versione anteguerra con prendifilo fisso, una seconda degli anni Quaranta con mezz’archetto, una terza del primo dopoguerra, ancora con mezz’archetto ma con il coperchio con il nome avvitato sul solo lato destro e una quarta con archetto intero.
Una tipologia di mulinelli copiati in Italia fu anche quella della forma ibrida fra bobina rotante e bobina fissa di tipo “Sidecaster” della Malloch. Il modello più noto è forse il leggero Linx - DRP, simile nella forma al Pexor, ma vanno ricordati anche i rari CS3 e Neoinvitto, l’Universal MG, lo Zama, in bakelite, nonché l’Ideal Spem. Un modello assolutamente originale è il Brevettato, nel quale la bobina rotante è a molla, caricata con una chiavetta. Ancora degli anni Quaranta sono due modelli più raffinati che prendono a campione il celebre Altex della Hardy inglese.
Sono il Major Asso, della G. Maja di Torino, con il successivo Major Asso Luxe, e il milanese Crebbia, anche nella più tarda versione Super, più aderente al modello per una maggiore cura complessiva.
Sul carter posteriore del crebbia si possono trovare indicazioni diverse, dal numero di serie (1, 2, 3, 4, N), anno di costruzione o doppia A (le iniziali di Alcide Aguzzoli, che vedremo come direttore tecnico della Agal). Una rielaborazione del Major Asso è il Canadian. Siamo così giunti agli anni nei quali nascono le grandi aziende del settore: la produzione artigianale tenderà progressivamente a diminuire e i modelli a piccola tiratura cominceranno ora a imitare i modelli italiani maggiori, che avranno riconoscimento e diffusione internazionale.
L’Alcedo è probabilmente l’azienda italiana più famosa al mondo come produttrice di mulinelli. Fondata nel 1945 a Torino da Rolandi, per trent’anni produsse modelli di grande qualità prima di essere ceduta nel 1975 alla Coptes, che continuò la produzione con marchio Alcedo fino al 1982.
Il primo modello uscito dallo stabilimento torinese è il celebre Omnia, un mulinello a ingranaggi elicoidali di precisione con cuscinetto a sfere reggispinta e rapporto di moltiplicazione 1:3. Ancora del 1945 è l’Alcedo n. 2, con piede dritto, rapporto 1:3,5, colore grigio con il medaglione con il logo fissato al coperchio con due piedini ripiegati all’interno.
Della fine degli anni Cinquanta è il modello Jupiter, in vari colori, piede curvo, ingranaggi elicoidali in lega di bronzo ad alta scorrevolezza e archetto prendifilo in inox e rullino d’agata con regolatore d’altezza.
Agli inizi degli anni Cinquanta era intanto uscito il mulinello più piccolo e leggero esistente allora al mondo, il Micron, non a caso celebrato per anni sul mercato americano. Si trattava di una miniaturizzazione del fortunato 2CS. Ne esistono varie versioni, da un prototipo senza matricola color nero tessuto a modelli di colore blu, poi nuovamente nero opaco, quindi blu e verde.
A metà degli anni Cinquanta cominciò la produzione degli Alcedo più grandi, Atlantic e Oceanic, progettati da Rolandi su un corpo unico, in grado di montare girante e bobina di dimensioni diverse. Entrambi ebbero un riconoscimento ufficiale negli Stati Uniti nel 1956, “The Renascent Golden Compass”, e furono commercializzati su quel mercato anche con i nomi di Mark IV (l’Atlantic) e Mark V (l’Oceanic).
Alla fine degli anni Quaranta, a Torino, fu fondata da Velio Zangirolami la Zangi, senza dubbio l’azienda italiana più prolifica e più attiva sul mercato internazionale, venendo distribuiti mulinelli Zangi con numerosi marchi internazionali: quelli della svedese Abu e delle americane Orvis, Ted Williams, Pescador, True Temper, Herters e Holliday. Anche la Zangi venne infine rilevata dalla Coptes, nel 1972, tre anni prima dell’Alcedo.
I primi modelli prodotti furono il nero opaco Trio, il marrone Sprite, il Jolly (prima versione nera, seconda grigio scuro, quindi prodotto per diversi anni a seguire anche a due colori). Identico al Jolly era il Joker, grigio e blu. Il Jolly venne distribuito anche con il marchio ABU 222, mentre lo Sprite marcato ABU 225.
Fra i primi modelli, dei primi anni Cinquanta, il più noto e apprezzato è comunque il Pelican 100, con rapporto 1:3, caratterizzato da grande scorrevolezza e silenziosità dei meccanismi. Il modello per mancini era denominato Pelican 101. Esistevano anche due modelli più piccoli: il Pelican 75, con rapporto 1:3,65, e il Pelican 50, con rapporto 1:5,1.
Completamente diverso era il Pelican 300. Erano commercializzati in America con marchio Orvis.
La Cargem fu fondata a Gemonio (Varese) nel 1946 da Sergio Carnevalli. I primi modelli con marchio Cargem furono il CarGemonio, con una stella a cinque punti sul coperchio, la quinta versione del noto Cigno, con archetto, e il Due Pesci, in quattro versioni: la prima senza antiritorno, la seconda con l’antiritorno sul dietro, la terza con lo stesso sul davanti, entrambi con la scritta CarGem, tutti con i due pesci impressi sul coperchio, la quarta con il marchio e il logo contenuti in un medaglione color argento.
Seguì il Cargem 11, anch’esso in varie versioni, dai primi anni Cinquanta agli inizi dei Sessanta, il Cargem 17 e il Cargem 22, evoluzione del Cigno. Una prima versione è nera, con targhetta color oro incollata, una seconda grigia o nera con le scritte stampate all’interno di un cerchio a forma di corona. Il Cargem 22 Falcon, dei primi anni Sessanta, avrà il piede, in precedenza dritto, curvo.
Agli anni Cinquanta risale anche il Cargem 33 Mignon, con ingranaggi elicoidali e rapporto 1:5,2, archetto cromato e rullino in agata. Simile nelle dimensioni è il più raro Cargem 23 Lancer, con girante più grande.
Nel primo dopoguerra iniziò la propria attività anche la Ofmer (Officina Meccanica Rossetti), che aveva sede a Bologna, in via Bassa dei Sassi 16. Tra i primi mulinelli prodotti si ricordano, alla fine degli anni Quaranta, il 211/N, grigio alluminio, con rapporto 1:4 e il 266/E, versione economica senza corsoio a cremagliera, sostituita da una semplice biella. Questi modelli sono prodotti in una seconda serie negli anni Cinquanta, che si differenzia soprattutto per la forma, che assume quella caratteristica di “coda di pianoforte”, classica Ofmer.
Successivamente il 266/E fu denominato N/22 e ne vennero prodotte serie di misura inferiore, il 409 SL e l’economico E/400. La serie 400 continuò negli anni Sessanta e Settanta. Negli anni Cinquanta fu costruito l’Ofmer 301, che offriva la possibilità di ruotare di 90 gradi la bobina, premendo un tasto sotto il piede, secondo lo schema detto “a bobina rotante”.
Hanno ancora la forma a coda di pianoforte i nuovi modelli degli anni Sessanta, dalla serie Eco, di varie misure, ai grandi mulinelli da mare. Alcuni, per esigenze economiche, montavano una corona di zama, che si sgranava al primo sforzo.
Ancora nel primo dopoguerra fu fondata, a Nova Milanese, da Attilio Postini, la Nettuno, la cui produzione è proseguita fino ai primi anni Settanta a cura del figlio Luigi nella sede di via Montegrappa 2.
Fra i primi modelli si ricordano il progenitore R2, in tre versioni: una con e una senza antiritorno, con la scritta su etichetta di metallo con fondo rosso, una terza con piede diverso e scritta impressa.
Tre versioni esistono anche dell’A.P. (iniziali del fondatore), piuttosto diverse fra loro, una con piede dritto, due con piede curvo iniziali appaiono sui primi modelli. A uno di questi corrisponde il modello P1, primo di una lunga serie nella quale rimane solo l’iniziale del cognome, ma l’avvio non è molto chiaro, perché con la sigla P1 esistono anche dei diversissimi rotanti. E occorre anche chiarire che certi modelli furono commercializzati anche con sigle diverse, segnatamente con iniziali A.F. e R o Erre, corrispondenti ai distributori in esclusiva Achille Fusi e Ravizza.
Il P5, dotato dello stesso archetto e della stessa manovella, ha tuttavia forma assai più snella, e dimensioni della girante e della bobina inferiori. Entrambi sono piuttosto comuni.
Del P3 nulla si sa, probabilmente non fu mai prodotti, così come “saltò” il P13, mentre il P11 era un guadino. Il P7 era per il mare, il P8 era in due versioni, una con ingranaggi in bronzo e possibilità di spostare la manovella sull’altra parte del corpo, l’altra più economica. Il P9 è forse il modello più diffuso della Nettuno, economico e piuttosto spartano, con rapporto 1:3, mentre il P10 è un ottimo mulinello, l’unico a bobina chiusa, piuttosto raro.
Al di fuori della produzione industriale di queste aziende, poco spazio rimaneva negli anni Cinquanta per le serie artigianali, delle quali tuttavia, anche se difficilmente, si trovano diversi modelli. Si ricordano il Cormoran, lo Spinning (in due serie), l’Heron, il Delio, il Novo.
Una piccola ditta di Breda Cisoni, in provincia di Mantova, il cui titolare era Pasqualino Piccinini (donde le iniziali Pik-Pas) produceva, a partire dal 1951, i Nautilus, nelle versioni S-503 normale e S-504 con la bobina storta che consentiva l’allungamento e l’accavallamento delle spire durante il recupero, i Nautilus B1 e B2, quest’ultimo anche in versione per il mare.
La produzione della fonderia Agal di Ernesto Aguzzoli (Alcide Aguzzoli era il fratello di Ernesto e il direttore tecnico), con sede in via Quaranta 3 a Milano, si estende già ad inizio degli anni Trenta fino al Sessanta. Nelle stesse fonderie, nell’immediato dopoguerra con il mome di APM, erano stati prodotti il Major Asso e il Crebbia: piede, manovella e impugnatura del modello Captor rivelano questa discendenza.
Due modelli simili sono l’Agal 60, più economico, e l’Agal 56, in metallo antiruggine, con finiture di lusso e archetto a scatto con camma e molla. Piuttosto diffuso era il modello denominato semplicemente Agal, a ingranaggi conici e antiritorno comandato da bottone a tirante, marcato Royal per il mercato estero.
Quasi tutte queste aziende soffrirono irrimediabilmente della concorrenza giapponesi, i quali producevano mulinelli simili, molto scadenti qualitativamente ma con prezzi bassi.
La stessa sorte e toccata alle migliori case europee come la Mitchell francese e la Abu svedese. Oggi la maggior parte dei produttori di mulinelli hanno spostato la produzione nei paesi orientali per abbassare i costi di produzione, rimane solo qualche piccola eccezione, che con fatica mantiene alto l’orgoglio della tecnologia italiana nella costruzione di mulinelli da pesca.

di Giorgio Cavatorti  

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